Uno ‘’scherzo” di pessimo gusto..

Ecco svelato il mistero…                                (vedi post precedente)

E’ una bufala ma pur sempre orribile..

 ”La chiave del mistero sta nelle ultime tre foto, perché sono le più controverse ma anche le più identificabili. Il signore ritratto nelle tre immagini di apparente cannibalismo è infatti l’artista cinese Zhu Yu, che ha creato questa rappresentazione di “arte concettuale” (perlomeno così la definisce lui) intitolata “Eating People” (“Gente che mangia”, ma anche “Mangiare la gente”) a un festival d’arte a Shanghai nel 2000.

Una delle foto di questa “forma d’arte” è la stessa inclusa nell’appello-bufala, ed è mostrata nel catalogo di arte cinese contemporanea che nel 2003, ai tempi della mia prima indagine, era disponibile presso Chinese-art.com e ora è archiviato presso Archive.org

. Le altre foto farebbero parte di altre sue “opere” dello stesso genere, intitolate “Man Eater” (“Mangiatore di uomini”) e “Canned Human Brains” (“Cervelli umani in scatola”).
Sappiamo insomma esattamente chi è la persona raffigurata nell’atto di mangiare (almeno in apparenza) un bambino. E’ uno di quegli artisti d’avanguardia disposti a fare qualsiasi cosa pur di scioccare il pubblico e farsi pubblicità. Un tipo poco affidabile, insomma, che potrebbe aver realizzato le foto creando il corpo del “bambino” per esempio con una bambola di plastica (per la testa), delle ali di pollo (per braccia e gambe) e un’anatra arrosto (per simulare il tronco), in modo da non commettere reati.
Potrebbe anche trattarsi di parti di una scimmia, alle quali è stata aggiunta una testa di bambola. Tuttavia non è purtroppo possibile escludere che l’”artista” si sia procurato un feto abortito o un neonato morto e l’abbia effettivamente mangiato. Anche qui, l’occhio esperto di un anatomopatologo potrebbe chiarire il dubbio.
A questo proposito, lo stesso medico di Torino citato prima afferma che “non mi pare che quel feto (può anche essere un neonato, mi pare piuttosto sviluppato) possa essere in realtà un ‘costrutto’ di anatra e bambole… In particolare mi fa specie la disposizione degli organi interni (si intravedono nella cavità addominale aperta) che non sono quelli di un’anatra. Anche la disposizione dei muscoli dagli arti staccati mi pare corretta, e quella non è carne ‘bianca’”.
Negli articoli citati qui sotto nelle fonti, Zhu Yu afferma di aver commesso atti di cannibalismo, con dovizia di dettagli che vi risparmio, ma possiamo fidarci di una persona il cui scopo dichiarato è scioccare? Se dicesse “no, era un’anatra arrosto con sopra una testa di bambola” il suo squallido gioco finirebbe.” 

L’intero articolo si puo’ leggere qui

 

 

 

 

 

2 comments 29 Aprile,2008

Se è la verità..è orribile

Non so se sia una bufala o se sia vera…questa è una delle tante e-mail a catena che mi arrivano,ma non è la solita.
Probabilmente è tutto inventato o ho capito male io…ditemi voi..Non so..spero che siano scimmiette senza peli..Ma tanto sarà solo uno scherzo di pessimo gusto…
Ecco la mail così come mi è arrivata:

QUESTO è UNO ESCANDALO!!!

 

QUESTO E’ ORRIBILE

 

In Tailandia i bambini e i feti umani morti si possono comprare da 50$ a 70$, si possono comprare anche negli ospedali per soffisfare la richiesta di questa barberia…E’ una schifezza che si può comprare tranquillamente anche nei negozi!!
 

  
   
 
 
 
  
 POR FAVOR

 

 

 

Per favore, rinvia questo messaggio a più persone che puoi, affinchè tutto il mondo abbia visto queste cose atroci, e si trovi una soluzioneQuesto è un reale attentato alla specie umana, dobbiamo unire tutte le nostre forze per fermare questo genocidio, altrimenti non terminerà mai
La parola ‘impossibile’ non si addice a questa cose, perchè questo fatto è reale. Bisogna gridare e denunciare questo orrore.

IL SILENZIO E’ DEI COLPEVOLI
 
 
 

 


Ora è il tuo turno. Fai girare questa e-mail più che puoi…

 

 

5 comments 24 Aprile,2008

Rita Borsellino,La vita per la legalità

La vita per la legalità

Incontro con Rita Borsellino

Lucca, 28 maggio 2003

presso il Palazzo della Provincia di Lucca
Sala ex-Corte di Assise

 

Rita Borsellino

L’Autrice è sorella di Paolo Borsellino, il magistrato palermitano assassinato dalla mafia, insieme agli agenti della sua scorta, nella “strage di Via D’Amelio” il 19 luglio 1992.

 

 

 

Lasciatemi esprimere il piacere, veramente il piacere di ritrovarmi qui con voi.

Quell’incontro che avevamo fatto l’anno scorso - io non so quanti di voi erano presenti, ma mi ritrovo con gli stessi amici - mi è rimasto veramente nel cuore.

Pensate che io di incontri in questi anni ne ho fatto proprio migliaia, ma, chissà perché, ogni tanto c’è qualcuno, qualcosa, qualche persona che ti resta di più, con cui senti un’affinità diversa, con cui senti che c’è una tensione che ti lega in maniera davvero diversa.
Bene, io questo l’ho avvertito l’anno scorso, qui con le persone che ho incontrato; non solo con gli studenti, ma anche con gli insegnanti e con gli altri amici che oggi ritrovo.
E’ quindi davvero un piacere per me, oggi, poter essere qui; anche ripercorrere, rivisitare tappe già percorse è importante.
E’ importante, perché si riesce a misurare anche quello che si è fatto in un anno, avanti o indietro, in un anno.

Poi un’altra emozione volevo comunicarvi: ce lo dicevamo un attimo fa con mio figlio. Mio figlio mi ha detto: “Mamma, mi sento un po’ nell’aula di Caltanissetta.”
Vedete, abbiamo una scritta, qui dietro (n.r. La legge è uguale per tutti): che continui a essere vera.
E c’è una gabbia lì, dove oggi ci sono dei ragazzi. Mio figlio ed io una situazione così l’abbiamo dovuta affrontare nel processo che si è svolto a Caltanissetta contro alcuni dei responsabili degli assassini di Paolo. Dentro le gabbie non c’erano i volti puliti dei ragazzi, c’erano dei volti molto inquietanti, che ci guardavano con arroganza. E davanti a loro bisognava non solo rispondere, ma bisognava anche mantenere alta la propria dignità: io almeno l’ho sentito in questo modo.
Davvero avevo voglia quasi di rispondere in piedi alle domande che il Presidente mi faceva, per far vedere che non solo non avevo paura di loro, ma che io avevo una dignità che loro non sapevano neppure che cosa fosse, nonostante io fossi la vittima, in qualche modo, della loro arroganza.

E quindi una emozione forte anche questa.

Ma poi mi sono resa conto di una cosa, sentendo parlare il prof. Pezzino, sentendo quel che diceva Massimo (n.r. Massimo Toschi); mi sono resa conto di una cosa importante: dall’anno scorso a oggi abbiamo fatto tanti passi avanti, perché oggi ci stiamo ponendo delle domande che l’anno scorso ancora non formulavamo; magari le avevamo dentro, ma ancora non le formulavamo.

Facevo, mentre sentivo parlare loro, un po’ il percorso del mio impegno in questi undici anni; un percorso che, credo, più o meno abbiamo fatto un po’ tutti, o almeno le persone che a questi problemi si sono avvicinate, che hanno voluto viverli con consapevolezza, come me, ma anche come voi e come i tanti ragazzi e le tante scuole che in questi anni hanno partecipato e hanno promosso incontri come questi.

Il mio impegno, all’indomani del ’92, inizia per conservare la memoria: io ho analizzato tante volte il percorso che ho seguito: non era un percorso razionale. Io mi sono proprio lasciata condurre.
Ho detto più di una volta: è la strada che mi è venuta incontro e io mi sono limitata a percorrerla.
Perché, se quel 19 luglio del ’92, dopo avere appreso, come appresi, la notizia della morte di Paolo… - l’ho saputa dalla televisione, come tutti gli italiani; solo che per me era un po’ diverso dagli altri italiani. -
L’appresi dalla televisione, dove ero, nella mia casa in campagna, una domenica di normalità (o almeno così cercavamo di fare), in un momento in cui di normale non c’era quasi più nulla, in un momento in cui vivevamo una tensione fortissima perché conoscevamo i rischi che Paolo correva.

Li conoscevamo noi, li conosceva ancora meglio lui.

Li conoscevano anche quei ragazzi delle scorte, che un momento fa Massimo citava, che dopo la morte di Giovanni Falcone, quando tutti sapevano che il prossimo obiettivo sarebbe stato Paolo - e lo sapeva anche lui, lo disse in più di un’occasione in quei 57 giorni che intercorsero fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio – bene, tanti di questi ragazzi, alcuni giovanissimi, (il più giovane, morto con Paolo aveva 22 anni, il meno giovane ne aveva 23, ed era anche una ragazza) molti di questi ragazzi delle scorte erano a casa di Paolo, perché non potevano farlo istituzionalmente, diciamo regolarmente, a chiedergli di entrare a far parte della sua scorta, di scortarlo.

Erano persone che chiedevano di fare la cosa più difficile, la più pericolosa che c’era, ma anche la cosa più bella, più alta, più generosa, cioè quella di proteggere la vita di una persona in pericolo, considerandola più importante della propria.
Chi andava e chiedeva di scortare Paolo Borsellino, sapeva di correre un rischio altissimo, ma sapeva che la vita di Paolo Borsellino era importante per tutti, al punto che loro offrivano la loro vita per proteggere la sua.

Noi su queste cose non riflettiamo abbastanza, tanto non ci riflettiamo che dei ragazzi (morti con Paolo) non ricordiamo più neanche i nomi.

Voi, quando tutto questo è accaduto, eravate troppo piccoli, ma probabilmente il nome di Borsellino e Falcone, bene o male, li avete sentiti ripetere e vi sono diventati familiari, anche se non conoscete bene la storia, le circostanze. Oggi avete avuto uno spaccato, importantissimo anche per me, perché sentirlo raccontare da uno storico è un fatto che illumina moltissimo anche me; tutte queste vicende le avevo vissute da sorella di Paolo.
Ma di questi ragazzi noi abbiamo dimenticato persino i nomi; di persone così, che hanno fatto un atto di generosità straordinario, - che io, per chi è credente, paragono a quello di Gesù Cristo, dare la vita per un altro, perché di questo si tratta, cioè perché altri possano vivere meglio, per redimere altri ma, per chi non è cattolico, possiamo guardare qualsiasi altro esempio - di queste persone noi abbiamo dimenticato i nomi.

Voi siete abituati a sentire dire Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e “la scorta”, quasi fosse un contenitore vuoto, quasi questi ragazzi non avessero neppure il diritto a un momento di attenzione per pronunciare il loro nome.

E ricordiamoci che erano ragazzi, non solo giovanissimi per la maggior parte, ma erano persone che avevano affetti, la loro vita, le loro aspirazioni, che erano innamorati.
Mi vorrei fermare un momentino proprio su queste persone, perché voi impariate a considerarle proprio come persone, perché ho fatto un po’ una promessa anch’io, come Nino Caponnetto, fece quella promessa solenne come un giuramento - la pronunziò sulla bara di Paolo - di continuare a portarne avanti la memoria e le idee.

Bene, io ho fatto questo: ho promesso a me stessa di portare avanti, se non altro, il nome di queste persone, perché si ricordi, perché queste persone nella memoria abbiano la dignità anche di un nome e cognome, non siano solo “la scorta”.
Allora dirò, come faccio sempre con i ragazzi, due parole su ognuno, perché anche i loro nomi restino nella memoria, così come ho voluto che Paolo restasse vivo non solo nella mia memoria ma anche nella memoria degli altri.

Ma per far questo come potevo fare?

Questo me lo chiesi, così senza anche rendermene conto, istintivamente: per ricordare una persona dobbiamo conoscerla, e volergli bene, amarla, in qualche modo, oppure dobbiamo odiarla; cioè, dobbiamo avere nei suoi confronti un sentimento molto forte. Se la odiamo, cerchiamo di dimenticarcene, perché è più comodo; se invece la amiamo resta nella nostra memoria e continuiamo a portarla con noi. Allora dovevo far conoscere Paolo a chi non lo conosceva, o a chi lo conosceva sotto un’altra veste, o a chi lo conosceva soltanto superficialmente, o anche a chi non ne aveva mai sentito parlare.

E farlo conoscere come? Farlo conoscere come potevo io, sorella di Paolo, ed anche la sorella più piccola di Paolo.

Allora, questa tenerezza che io avevo vissuto nel rapporto fra me e lui volevo metterla a disposizione degli altri, volevo fare in modo che gli altri lo conoscessero anche attraverso questo aspetto; non solo quello del magistrato importante che potevano apprendere dai giornali o dalle commemorazioni, ma anche questa dimensione della tenerezza, questa dimensione della persona, dell’umanità di Paolo.

E questo cominciai a raccontare agli altri e cominciai raccontandolo a dei bambini piccoli e forse fu il caso che mi aiutò. Il fatto di averne parlato con dei bambini piccoli, di sei, sette anni di una scuola elementare, mi portò a condividere con loro quelle cose più semplici, quelle che caratterizzavano davvero il rapporto che io avevo avuto con Paolo.
Cominciai a raccontare loro cose piccole, che però riuscivano a farmi identificare, in qualche modo, e quando uno di questi bambini mi chiese con molta semplicità, perché aveva ascoltato e aveva recepito il messaggio, “Signora, ma io lo posso chiamare zio Paolo?” capii che allora andava bene così. Se quel bambino aveva capito aveva imparato a conoscerlo tanto da volergli bene e tanto da volere instaurare con lui quasi un rapporto più che amicale, di parentela, allora voleva dire che andava bene così.

E io cominciai a girare per l’Italia, lì dove mi chiamavano (eh, mica andavo io!); allora voleva dire che in tutta Italia si era mosso qualcosa che portava a voler conoscere, a voler sapere, a chiedere, a confrontarsi, a informarsi ed era un fatto assolutamente nuovo: in tutta Italia a portare questa memoria, in questa dimensione. Una memoria fatta di piccole cose, ma che, soprattutto, facevano riconoscere l’immagine di una persona da sentire vicina e a cui volere bene.

E questo l’ho fatto nei primi anni e sicuramente - rifacendomi a quello che diceva il prof. Pezzino - sulla spinta di quello che era accaduto a Palermo.

Perché, vedete, io avevo vissuto una vita tutta diversa, all’interno della mia famiglia, all’interno delle mie sicurezze; parlo spesso di questo guscio che mi ero costruita attorno e dentro il quale stavo molto bene e pensavo di potermi difendere guardando quell’esterno che non mi piaceva, criticandolo, prendendo solo quello che mi andava bene.
E quando questo guscio si sbriciolò… perché si sbriciolarono i miei affetti, ma si sbriciolò anche la mia casa: da quella carica esplosiva esagerata, (l’esagerazione, la spettacolarità fu di questi attentati, quasi a voler mandare dei segnali che andavano oltre la morte delle persone, dei nemici) da quella esplosione così esagerata furono distrutti quattro palazzi interi, una strada intera, e fra quelle case c’era la mia, perché quel giorno Paolo veniva a trovare mia madre.

Quindi io mi trovai davvero a guardarmi attorno, perché i miei gusci non c’erano più.

E guardandomi attorno io per la prima volta mi resi conto, presi contatto con quella società palermitana che, in quel momento, stava dando sicuramente il meglio di sé, perché stava esprimendo quello che per tanto tempo aveva tenuto represso dentro, che forse non sapeva nemmeno di possedere dentro di sé. Quella rabbia profonda che l’aveva investita con queste due esplosioni successive aveva fatto in modo che il palermitano, in qualche modo, prendesse coscienza, coscienza di sé, anche della propria dignità.
E questo lo aveva portato in piazza; e, in piazza, si era incontrato con la stessa assunzione di responsabilità, con la stessa presa di coscienza di decine di migliaia di persone.

Era la prima volta che accadeva: prima era accaduto in maniera episodica, questa volta accadeva in maniera convinta, in maniere consapevole.
E questo movimento, contrariamente a quanto era accaduto altre volte, anziché diminuire, anziché esaurirsi dopo pochi giorni, anziché lasciarsi investire ancora una volta dal puzzo della rassegnazione, aveva sentito quello che Paolo, pochi giorni prima, aveva definito con una frase felicissima il fresco profumo di libertà, che da quelle stragi veniva fuori.

Non era un fatto facile che da un episodio tragico come quello (n.r. la strage di via D’Amelio) emergesse questa reazione: Nino Caponnetto sembrò per un attimo esserne travolto, ed anch’io; ma quell’ “E’ finito tutto” (n.r. che N. Caponnetto pronunciò in occasione dei funerali di P. Borsellino) ritorna indietro proprio nel momento in cui viene a contatto con la società palermitana.

Nino Caponnetto vede a Palazzo di Giustizia la reazione di questa città, che riacquista la dignità che aveva perduto e che addirittura gli chiede, chiede a gran voce che ritorni a Palermo, nel palazzo di Giustizia di Palermo.
Questo gli diede la spinta di rimangiarsi quelle parole, di cui poi quante volte fece mea culpa negli incontri (quanti incontri abbiamo fatto con Nino Caponnetto!), e non solo, a cominciare quel cammino di libertà che ha condiviso con tutte le persone, con tutti i giovani, decine di migliaia che ha incontrato e che abbiamo incontrato in questi anni.

Quella fu reazione della società palermitana nella quale io mi trovai immersa: mi guardavo attorno senza capire veramente, senza consapevolezza, io che in un primo momento, quando arrivai in quella via D’Amelio dopo avere saputo quella che era accaduto, in maniera molto infantile, devo dire, avevo provato a ricostruirmi un guscio attorno, perché mi ero proprio girata dall’altera parte - lo sapete, come fanno i bambini quando si mettono le mani davanti agli occhi e pensano che gli altri non li vedano - e io proprio mi ero girata per non vedere, per cancellare, quasi per poter cancellare tutto quello che era accaduto. Avevo detto:” Non ci voglio più tornare lì”.

E invece ci sono tornata: io abito ancora in via D’Amelio, io abito in via D’Amelio; e se ci abito, lo devo a dei ragazzi come voi, i miei figli, che in quel momento furono molto più maturi e consapevoli di me, perché mi dissero:” Noi dobbiamo tornare qui, perché da oggi questo è un luogo da custodire”.
E io mi vergognai e sono ritornata.
E non è stata una cosa facile; non è una cosa facile, perché ogni giorno, quando calpesto quel selciato, non calpesto il selciato di oggi, tutto rimesso a posto, dove l’unico segno che è rimasto è un albero, che è stato piantato perché mia madre lo ha voluto.

E anche questa non è una cosa scontata: mia madre, che aveva vissuto l’esperienza e l’aveva vissuta, lei sì, in prima persona - perché lei era lì, perché aveva subito l’esplosione - mia madre volle in quella buca fatta dall’autobomba volle un albero, perché fosse segno di vita, fosse segno di speranza, fosse segno di riconciliazione: perché è un ulivo e quell’ulivo arriva da Betlemme.

Allora, dicevo, io, dopo quel momento di debolezza, diventai parte di tutto quello che vedevo attorno a me: i lenzuoli bianchi ai balconi, quella denuncia forte firmata per la prima volta da un palermitano, da tanti palermitani che dicevano:” Io non ci sto”, non solo, lo firmavano, perché lo mettevano al proprio balcone e dicevano:” Io che sto qui, perché ci continuo a stare, io mi schiero”.

Vedevo le persone in piazza, vedevo organizzarsi, sentivo, avvertivo, anche da quello che c’era sui muri, dai manifesti che vi spuntavano, questa presa di coscienza in cui il palermitano non solo piangeva e protestava, non solo protestava in maniera passiva, ma chiedeva, faceva delle proposte, faceva delle richieste, ben precise: chiedeva le dimissioni, la destituzione, addirittura, di personaggi delle istituzioni, che non avevano fatto fino in fondo il loro dovere o, addirittura, avevano fatto, come si sospettava, qualcosa che non avrebbero dovuto fare.

Io divenni parte di tutto questo; quasi senza rendermene conto mi lasciai conquistare veramente da questa cosa che per la prima volta avvertivo e che riusciva a dare anche una motivazione al mio dolore.

Perché qualche volta penso dove sarei oggi, se io allora non mi fossi sentita così parte di tutto questo e non mi fossi lasciata portare da tutto questo, inglobare, trascinare da questa reazione popolare, questa reazione forte e consapevole, devo dire: perché non era una reazione sterile, ma una reazione consapevole davanti a fatti veramente inaccettabili, come non solo le stragi, ma anche le scelte, le decisioni.

Parlava il prof. Pezzino, un momento fa, di quello che accadde, per esempio, ai funerali delle vittime.

Io ricordo i funerali degli agenti di scorta di Paolo.
I funerali di Paolo furono fatti a parte, in un altro momento, per diversi motivi, ma il motivo principale fu che la figlia più piccola di Paolo non c’era, seppe della morte del suo papà due giorni dopo; e noi l’abbiamo voluta aspettare per seppellire Paolo: Fiammetta arrivò quattro giorni dopo la morte di Paolo, perché era lontana, non si riusciva neppure a farla tornare bene.

Bene, il giorno del funerale degli agenti io ero in cattedrale, perché io e la figlia più grande di Paolo avevamo sentito il bisogno di partecipare al funerale di questi ragazzi: il clima che abbiamo respirato in quel momento io lo ricordo ancora e lo ricordo con terrore.
Ricordo che a un certo punto, gli agenti di scorta vennero cacciati fuori dalla cattedrale perché erano le persone da cui guardarsi, erano loro che costituivano un pericolo, con la loro rabbia costituivano un pericolo per l’ordine che si voleva assicurare; e vennero cacciati fuori, spinti, questi ragazzi che portavano la fascia del lutto al braccio e che dicevano:” Noi siamo i morti che camminano”, perché ognuno di loro avrebbe potuto trovarsi in via D’Amelio.

Quando vi racconterò due parole di ogni agente vi dirò anche qualcosa di quelli che sono rimasti vivi per caso, perché questi sono morti per caso e quelli sono rimasti vivi per caso: e questi ragazzi sentivano forte tutto questo e sapevano di essere mandati a mani nude in questa situazione terribile.

Giorni fa parlavo con una delle ragazze che il giorno prima aveva scortato Paolo e che quel giorno non aveva scortato Paolo solo perché due donne nella stessa scorta non le mettevano. E allora avevano già preso Emanuela Loi, che muore nella scorta di Paolo, e lei resta a casa.
Le dicono, no tu no; era il suo turno, ma la rimandano a casa: ed è viva per questo. E loro sentivano in maniera forte in quel momento tutto questo, ma sentivano anche forte il senso delle istituzioni, di essere rappresentanti di quelle istituzioni che erano state colpite così.

Ebbene erano loro quelli che turbavano l’ordine pubblico e che dovevano essere allontanati e quando gli uomini dello Stato, gli uomini delle istituzioni, che erano venuti ad assistere ai funerali, - ogni volta venivano ad assistere ai funerali – gli uomini in cui la gente non si riconosceva più furono dentro la chiesa stessa, quando furono aggrediti, ricordo che io e Lucia, in un angolo della chiesa, ci abbracciammo forte perché la sensazione era che stesse per succedere qualcosa.
Io non so, e lo dico perché lo avvertivo sulla mia pelle, se qualcuno di questi ragazzi, che erano stati trattati così, in quel momento avesse perso la testa e, anche solo per difendere il capo della Polizia, che veniva picchiato, avesse tirato fuori la pistola e avesse sparato soltanto in aria, io non so dove sarebbe oggi la democrazia italiana; non so se oggi noi potremmo essere ancora qui a parlare di queste cose.

Questo era quello che si viveva a Palermo: i poliziotti fatti venire da fuori, - perché quelli del palermitano non erano considerati in grado di poter controllare questa situazione, vista la carica emotiva che avevano dentro - che cingevano la cattedrale con un cordone di sicurezza e i palermitani che non potevano entrare in chiesa e piangevano e gridavano:” Fateci entrare, sono i nostri morti”; e quei ragazzi che gridavano con loro e dicevano:” Signori, spingeteci; rompete i cordoni, se volete entrare; noi non possiamo farlo.”
Questa era l’atmosfera che si respirava in quel momento a Palermo.
Si respirava nelle strade; si respirava nelle strade, perché la gente nelle case non ci voleva stare: voleva vivere con gli altri, voleva sentire, voleva essere parte di tutto questo.

Questo è stato quello che ha provocato il movimento di coscienza in tutta Italia, perché si è proprio propagato in quell’Italia che aveva trascurato tutto questo, che aveva considerato la mafia come un fenomeno quasi folcloristico, come del don Totò con la coppola e la lupara, quello che appariva nei film e alla televisione.
La gente che cominciava a chiedersi:” Ma che cos’è tutto questo?”, e voleva sapere e voleva informarsi e chiamava i testimoni per confrontarsi; voleva prendere coscienza: questo è stato il movimento che si è allungato per tutta l’Italia; questo è stato il movimento, la presa di coscienza che costrinse - diceva bene il prof. Pezzino, è una cosa che in maniera empirica ho sempre detto; il professore lo dice senza dubbio in maniera più cosciente di me - che obbligò a quelle scelte obbligò le istituzioni, obbligò la politica a prendere determinate misure.

E quella magistratura che raccoglieva un’eredità - e non era la prima volta che era costretta a raccogliere testimoni caduti da mani di persone assassinate - quella magistratura, finalmente, fu messa in grado di poter operare nella maniera giusta; i risultati che arrivarono derivavano proprio non da un rinnovato impegno della magistratura - la magistratura c’era stata sempre, tanto è vero che i nomi dei magistrati uccisi non si contano davvero - ma era diverso, perché, finalmente, avevano attorno il consenso popolare, il sostegno popolare e le istituzioni e la politica che le davano gli strumenti, non solo gli strumenti materiali, processuali e giuridici - non so se uso termini giusti; io purtroppo non ho studiato giurisprudenza: era il mio sogno di gioventù e non l’ho potuto fare - ma le dava soprattutto anche l’appoggio morale, quello che oggi non c’è più.
Oggi il magistrato opera in una situazione del tutto diversa: Paolo e Giovanni avevano operato in una situazione diversa, a periodi altalenanti, prima sostenuti, osannati, messi sull’altare; poi, oltraggiati, sbeffeggiati, ostacolati, spesso accusati.

Paolo ha dovuto difendersi per le sue scelte davanti allo stesso CSM, ha dovuto difendersi. E Paolo conosceva bene la situazione: ricordo che, durante l’esaltazione dell’opera della magistratura davanti al maxiprocesso che era in atto, un giorno disse a Giovanni Falcone: Un giorno dovremo chiedere scusa di tutto questo. Ed era vero.

Come oggi: qualcuno vorrebbe che la magistratura chiedesse scusa di quello che ha operato in questi dieci anni, di avere svelato tante delle porcherie che venivano fatte in questa Italia, a livello politico, a livello istituzionale anche a livello della magistratura, tanto è vero che, purtroppo, ci sono stati anche magistrati che hanno dovuto rispondere delle loro azioni.
Ma è importante questo; io credo che sia un segno di maturità, quando si riesce a guardare all’interno delle proprie realtà, quando si riesce a far pulizia delle cose che non vanno.

Quella è la vera democrazia, quella che non ha paura dei processi, quella che non ha paura della legge, quella per la quale la legge è uguale per tutti; quella che sa di dover rispondere davanti alla legge, proprio perché la legge è uguale per tutti. Che poi qualcuno dimostri di essere innocente, ben venga; io sarei felice se tanta gente fosse in grado di dimostrare la propria innocenza, perché è terribile e tragico pensare di avere all’interno delle istituzioni o all’interno della magistratura o all’interno della chiesa personaggi che hanno fatto il loro interesse anziché l’interesse della nostra terra.
E così era ai tempi di Paolo.

E questa tensione noi dobbiamo ritrovarla, perché più ci addormentiamo, più ci lasciamo addormentare: oggi non si parla più di queste cose, ma più ci si lascia addormentare, più chi vuol fare i propri affari, fa quello che vuole, perché li fa davanti all’indifferenza generale, perché li fa, comunicandoci quello che vuole. Dobbiamo invece imparare ad informarci, dobbiamo imparare a capire, a leggere la nostra realtà, non a leggere quello che altri ci vogliono far leggere; altrimenti siamo dei servi, siamo degli schiavi; ognuno deve essere responsabile e protagonista della propria vita e della propria libertà, perché non è che la democrazia qualcuno ce l’ha regalata e ce l’abbiamo per sempre: intanto, non ce l’ha regalata nessuno, ma è costata, ed è costata quello che è costata; e nessuno ci può garantire che questa democrazia è eterna.

Ognuno di noi deve sentire l’obbligo morale di essere parte di questa democrazia, e di esserne anche rappresentante e di difenderla davanti agli attacchi palesi o non palesi, ci siano o non ci siano.

Ma davvero bisogna essere svegli, con gli occhi aperti, con Libera è due anni che portiamo avanti questo motto, proprio perché due anni non ci è sembrato sufficiente. A occhi aperti per costruire giustizia: occhi aperti significa guardarsi attorno, saper leggere, stare in piedi e stare svegli.

Non ci si può addormentare davanti a questo, come non dormivano quei ragazzi che avevano scelto di proteggere Polo Borsellino, perché sapevano che era la persona che in quel momento poteva garantire la democrazia e la libertà nel nostro Paese; e sapevano il pericolo che correvano, tanto che sapevano anche che l’unico modo che avevano per proteggerlo era quello di abbracciarlo e di stringersi attorno a lui.

E così sono morti, abbracciandolo, stringendosi attorno a lui nel momento in cui, sceso dalla macchina, arrivò a suonare il campanello di casa.
Loro lo abbracciavano e l’onda d’urto dell’esplosione l’assorbirono loro, con i propri corpi, tanto che riuscirono a regalarci che il corpo di Paolo restasse meno offeso dei loro; riuscirono a regalarci quello che, forse, è stato per me forse il primo input a camminare: quel sorriso che era la caratteristica di Paolo. Tutti quelli che l’hanno visto dopo morto mi hanno detto che era rimasto sul suo viso: e dico “mi hanno detto”, perché anche questa è stata una mia mancanza di coraggio.

Non ho voluto, non ho voluto vedere Paolo, perché avevo paura di vederlo nell’immobilità della morte; volevo ricordarlo nella sua vita, nella sua espressione, nei suoi gesti; mi faceva pura l’immobilità della morte. Chi l’ha visto, compresa mia figlia, mi diceva:” Mamma, zio Paolo sorride”.
Sembrava impossibile, sembrava inverosimile e, ripeto, devo tutto questo anche proprio all’abbraccio di questi ragazzi.

Questi ragazzi…

Pensate, la mattina, quella mattina, anche Paolo era andato al mare: era la prima mezza giornata che si prendeva di un relativo riposo per andare a trascorrerlo con la sua famiglia. Si era portato dietro la borsa e nella borsa, insieme ai pantaloncini da bagno, aveva le carte che avrebbe studiato quel giorno.

C’è un particolare che voglio sottolineare: Paolo si porta nella sua borsa le carte da studiare; eppure la mattina, lui che è abituato a alzarsi alle cinque del mattino, sulla sua scrivania, in mezzo alle carte, prende una lettera che gli avevano mandato degli studenti nel mese di maggio, poco prima della morte di Falcone. Erano degli studenti di una scuola di Padova; lui non era potuto andare ad incontrarli, allora questi studenti gli mandano delle domande per scritto e gli chiedono di rispondere: poi, frattanto, c’è la strage di Capaci; Paolo non risponde.

Ma, chissà perché, quella mattina, fra le tante carte che abbiamo trovato sulla sua scrivania, lui prende proprio quella lettera. Chissà perché, dato che la potrà mandare soltanto a settembre: le scuole a luglio sono chiuse. E lui risponde a quella lettera; risponde a quei ragazzi.

E in quella lettera di risposta Paolo lascia un messaggio importantissimo, che è rivolto a voi e adesso voglio dirvelo. Paolo quel giorno risponde, con la consapevolezza che aveva della morte.

Dopo la morte di Giovanni Falcone, ai funerali, a un gruppo di magistrati del CSM, dice: La prossima volta verrete per me. Paolo che dice: Quando mi ammazzeranno, non: Se mi ammazzeranno; Paolo che dice a un suo amico: So che è arrivato a Palermo l’esplosivo che è destinato a me; Paolo che addirittura, qualche giorni prima di morire, a un sacerdote che lo va a trovare in Procura dice: Chiudi la porta, perché mi voglio confessare, e quello si schernisce e dice: “Ma che ti confesso in Procura!” e lui dice: Ora, qui, io devo essere sempre pronto.

Ecco è questa la consapevolezza che Paolo ha del pericolo imminente, che corre, e dice spesso: Devo fare presto, perché non ho tempo.

Bene, Paolo risponde a quella lettera e, ad un certo punto, in mezzo a quella lettera, in cui risponde a delle domande anche molto tecniche, Paolo dice questa frase: Sono ottimista.

Accipicchia, essere ottimista in quella situazione, quello sì, che è eroismo! Io mi arrabbio un po’ quando sento dire che Paolo è un eroe, perché mi sembra di lasciarlo solo su un piedistallo, su un altare.
Paolo era un uomo, era un uomo in mezzo ad altri uomini; un uomo che aveva fatto delle scelte e le portava avanti con coerenza, anche con la paura che aveva, perché lui diceva: Certo che ho paura, non sono mica incosciente, l’importante diceva trovare ogni giorno il modo di affrontare la paura e di vincerla, altrimenti si resta schiavi.

Bene, lui dice: Sono ottimista, perché so che questi giovani avranno domani più forza di quanto io e la mia generazione abbiamo avuto nell’affrontare questo problema. Parla di mafia naturalmente.

Quindi lui dà questo messaggio a voi alle generazioni future e, pensate, ancora non è accaduto tutto quello che accadrà, tutta quella presa di coscienza, di consapevolezza tutta questa educazione alla legalità, i progetti, gli incontri, voler conoscere, il confrontarsi: tutto questo non è accaduto. Se allora Paolo era ottimista, pensate come sarebbe adesso.

Sì, è vero, nel marasma generale che noi stiamo vivendo è un po’ complicato essere ottimisti. Però, dobbiamo imparare a leggere i segni positivi e i segni positivi ci sono.

Uno è questo e un altro ve lo racconterà poi lui, (n.r. si riferisce a Claudio Fiore) dei Ragazzi di Paolo .

E’ importante sapere leggere in ogni realtà con chiarezza: le cose che non vanno, i problemi, i pericoli e tutto quanto; ma è altrettanto importante saper leggere i segni i positivi.
Io credo che quando questi ragazzi hanno scelto di proteggere Paolo era proprio perché coglievano i segni positivi; perché, dicevano, bisogna proiettarsi nel futuro, non possiamo pensare all’orticello di oggi.

E allora quella mattina, vi dicevo, quando Paolo va al mare, ha con sé un gruppo di sei persone che costituivano la sua scorta: un autista e cinque agenti di scorta. Siccome era una giornata di domenica, la scorta poteva scegliere o di farsi dare il cambio all’ora di pranzo oppure di restare; i ragazzi avevano scelto di restare tutto il giorno, perché sapevano che alle cinque dovevano accompagnare Paolo da mia madre, poi sarebbero stati liberi. Bene, uno di questi ragazzi, poco prima dell’ora di pranzo, dice agli altri: “Sapete ragazzi, datemi una mano: ho litigato con la mia fidanzata e voglio tornare a casa per fare pace.” Naturalmente - voi che avreste fatto? - chiesero il cambio.

E così cinque si salvarono, ma altri cinque morirono.

Fu messa insieme in fretta e furia una scorta: era una giornata di domenica, estiva; dovettero richiamare addirittura alcune persone che erano in giornata di riposo, oppure Emanuela Loi, che non aveva neppure fatto il corso per scortare una “personalità”, come si dice in gergo: era una scorta a rischio, quella di Paolo, era una scorta pericolosa.
Richiamano Agostino Catalano, che era il capo scorta; era il più anziano aveva 49 anni. Era sposato ed era rimasto vedovo da poco; aveva tre figli ancora bambini, si era risposato proprio per dare una mamma a questi bambini e si era sposato da poco più di un mese.
Una persona speciale Agostino Catalano: viene da un quartiere popolarissimo di Palermo, lo Zen; uno di quei quartieri simbolo, che non hanno diritto neanche a un nome, perché Zen significa Zona Espansione Nord. Pensate, io, a Palermo, avevo creduto per un certo tempo che fosse un nome arabo non una sigla.
Lui veniva da lì, da una famiglia povera e, a dimostrazione che non è solo la povertà che genera i mafiosi, lui era diventato poliziotto. Non solo, poi aveva fatto un concorso in Ferrovia e lo aveva vinto; per un anno era stato ferroviere, ma non gli piaceva: tornò a fare il poliziotto e quella mattina fu il capo scorta di Paolo.
Lasciò i suoi figli, lasciò la sua giovane moglie e andò a fare quella scorta che stava andando a morire.

E poi c’era Emanuela Loi, questa ragazza sarda, di Sassu, bella come il sole, la definivano i suoi compagni. Se vi prenderete la briga di cercare una sua fotografia, vi renderete conto davvero di quanto era bella, atletica, con i capelli biondi, bellissimi, ricci.
Aveva un solo difetto: voleva tornare in Sardegna.
Le mancava troppo la sua terra, le mancava troppo la sua casa, anche perché lei non era poliziotto per vocazione. Era sua sorella che voleva fare il poliziotto e quando andò a fare il concorso le disse:” Fallo anche tu, così mi dai una mano.” Emanuela lo vinse e la sorella no.
Emanuela diventò poliziotto, ma lei voleva tornare in Sardegna.
Allora faceva un’operazione che ho saputo da poco, me l’ha detto proprio la sua collega, che ho incontrato pochi giorno fa in Puglia, quella che si salvò perché era donna e non fu messa nella scorta (sarebbe stata la seconda). Emanuela, quando andava a casa in licenza, in genere faceva finta di ammalarsi e con un certificato medico cercava di prolungare la sua licenza. Questo aveva dato fastidio al questore di Palermo che per punizione le faceva fare sempre dei servizi un po’ così.
E quel giorno, purtroppo, fu un servizio rischioso.
Emanuela faceva sì la scorta, ma faceva la scorta in una maniera diversa: accompagnava la moglie di Libero Grassi, anche lei era scortata, ma senz’altro si trattava di una scorta meno a rischio, la quale non guidava e non voleva prendere l’automobile perché è un’ecologista: così l’accompagnava sull’autobus. Era questa la scorta che faceva normalmente Emanuela.
Tre giorni prima di quel giorno (n.r. il 19 luglio giorno della strage) era stata messa nella scorta di Paolo. Quando Paolo l’aveva vista, l’aveva abbracciata e aveva detto: Ma tu devi difendere me, ma sono io che devo proteggere te .
Ed Emanuela Loi morì proteggendo Paolo e fu forse quella che subì il danno più terribile nel suo corpo.
Dicevano i suoi colleghi:” Era proprio leggera la bara che è ritornata nel suo Paese.”

E poi c’era Claudio Traina: era stato in Brasile questo ragazzo e aveva conosciuto una ragazza brasiliana; l’aveva portata con sé a Palermo; avevano un bambino, ma ancora non si erano sposati perché le carte non erano arrivate.
Aveva un bambino che non aveva ancora un anno.
Poco tempo fa sono andata in una scuola di Palermo e la professoressa, che conosco, mi indicò un bambino con gli occhioni neri e i capelli ricci e mi disse:” Quel bambino è il figlio di Claudio Traina”. E io mi resi conto che cosa significassero dieci anni dalle stragi: era tutta la vita di quel bimbo che non aveva mai conosciuto il suo papà.

E poi c’era Vincenzo Li Muli: era il più giovane di tutti, non aveva ancora 23 anni ed era uno di quelli che avevano chiesto a Paolo di entrare nella sua scorta.
Non aveva detto niente ai suoi genitori, perché sapeva che avrebbero avuto paura. Non voleva farli stare in pena e quel giorno - lui era il più piccolo di sette fratelli - quel giorno sua madre, che era a casa e stava stirando, quando sentì alla televisione che era morto Paolo Borsellino con la sua scorta disse:” Poveri ragazzi e povere mamme”.
Poi un giorno disse a me, lei che non sapeva che fra quei ragazzi c’era suo figlio, mi disse, dopo:” Io sono più addolorata della Madonna, perché la Madonna ha potuto stringere tra le sue braccia Gesù deposto dalla croce. Io mio figlio l’ho visto uscire la mattina e poi non ho avuto più nulla”.
E poi c’era Valter Cusina: era un ragazzone dai capelli rossi, triestino, che finalmente aveva ottenuto il trasferimento alla sua città e il lunedì sarebbe partito.
Anche lui era stato richiamato all’ultimo momento.

Questa è la scorta.

Io vorrei, lo dico a tutti i ragazzi, e lo dico anche a voi, perché so che i ragazzi hanno molta più sensibilità degli adulti e sanno distinguere bene la retorica dalla commozione, io vorrei che, parlando della strage di via D’Amelio, non si dicesse Paolo Borsellino e la sua scorta, ma si dicesse: Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Valter e il loro giudice.

Io so che ora queste storie vi appartengono, so che non le dimenticherete, magari potrete dimenticare i nomi, non importa; ricordate le persone, è questo che mi interessa.

Vi dicevo del percorso che abbiamo fatto in questi anni.
Prima ho portato avanti soltanto la memoria, piano piano abbiamo cominciato a sviluppare anche un’analisi di questi anni, soprattutto perché, man mano, mi rendo conto che incontro ragazzi che erano troppo giovani o che ancora non c’erano quando tutto questo è accaduto.
Quindi mi rendo conto che dobbiamo di nuovo contestualizzare i fatti e oggi noi li contestualizziamo aggiungendo tutto quello che stiamo aggiungendo, ma credete, è una lezione importante per me.

Mi piace fare questo genere di incontri, quando ci sono delle persone come il prof. Pezzino, come è successo ieri a Firenze dove c’erano lo storico, il sociologo, il teologo: è proprio analizzare le situazioni e poter rispondere, cercare le risposte a domande che prima restavano così nebulose, le domande che faceva Massimo

Credo che la cosa più importante sia che voi, una volta che avete conosciuto, prima i fatti - e so che li conoscete – e ora anche le persone le conoscete tutte - almeno quelle che mi premeva farvi conoscere - adesso dalla conoscenza potete passare all’analisi di queste cose e poi a trarre delle conclusioni, personali, ma, collegate a quelli che sono i fatti che man mano si vanno scoprendo, anche perché ci sono delle cose di cui bene o male si comincia e a parlare adesso, che allora non si formulavano neppure, perché non si conoscevano o se ne parlava soltanto così come ipotesi.
Oggi mi rendo conto che il nostro percorso, il nostro cammino è maturato moltissimo da dieci anni a questa parte, perché noi abbiamo fatto una cosa importantissima: abbiamo messo insieme la memoria delle persone, la memoria dei fatti, le analisi e cominciamo a provare a trarre delle conclusioni. Ora chi poi veramente deve trarre le conclusioni, a parte lo storico, dal punto di vista storico, è la magistratura dal punto di vista della giustizia: ecco perché è così importante in questo momento la figura dei giudici.

Ci vogliamo chiedere perché è proprio in questo momento che le figure dei giudici vengono attaccate in questa maniera, con questa sfacciataggine, con ferocia sì, ma con questa sfacciataggine: forse perché il pericolo è più forte oggi che allora, forse questa consapevolezza ormai così diffusa, - perché è questo ormai che è cambiato, perché nessuno ormai può fare finta di non sapere; allora sì, potevano ancora far finta, ma dopo il ‘92 non si può più - e non solo la necessità ormai di schierarsi rispetto a certi fatti. Anche se qualcuno ci invita convivere con tutto questo, credo che questo messaggio l’abbiano recepito quelli che già ci volevano convivere e ci convivevano ma insomma la gente per bene so è proprio arrabbiata.

C’è stato un ragazzo che ha detto un’espressione bellissima: voi ragazzi siete sempre capaci nella vostra immediatezza di tirare fuori delle cose straordinarie.
Un ragazzo mi ha detto: “Signora, ci dicono che con la mafia dobbiamo convivere, ma suo fratello, Giovanni Falcone, con la mafia ci sono “comorti”, non ci hanno convissuto, hanno scelto di non convivere, sono morti proprio per questo”.

Come l’altro giorno, all’albero Falcone, a Palermo, per la commemorazione dell’undicesimo anniversario: eravamo tantissimi, e soprattutto c’erano tanti giovani, una ragazza ha detto un’altra frase di quelle che io ormai scrivo nel mio taccuino ha detto:” le uniche toghe rosse che io conosco sono quelle macchiate dal sangue dei magistrati uccisi.”

 

 

 

dal blog terradinessuno.wordpress.com

4 comments 10 Marzo,2008

Noi bambini degli anni 90…

 Dedicata a tutti quelli che sono stati bambini nel periodo in cui si poteva esserlo…vi ricordate? Adesso i tempi sono cambiati…e i bambini non sono più quelli del nostro periodo.. A tutti quelli nati intorno al 1985-90  (”ai nostri tempi!” Quasi quasi lo possiamo dire anke noi..stiamo diventando ‘vecchi’ noi o la società cambia troppo velocemente?)

Sei cresciuto negli anni ‘90 se…… ricordi tutti e cinque i nomi delle spice girls, costumi orrendi compresi
… giocavi al nintendo 64
… eri un’appassionata di beverly hills 90210
… ascoltavi la musica alla radio, massimo col mangianastri!
… compravi il calippo fizz alla cocacola e il luke
… collezionavi ciucciotti colorati e di plastica
… ancora ti stai chiedendo che fine abbia fatto carmen san diego
… conosci il significato di ‘togli la cera, metti la cera’
… i power rangers erano il telefilm più bello del mondo
… e subito dopo venivano otto sotto un tetto e willy il principe di belair
… giocavi con l’hula hop
… i pattini avevano ancora quattro ruote NON in fila
… guardavi i miei mini pony, alvin superstar e le tartarughe ninja
…. barbie era ancora sposata con ken
… non esisteva mercoledì senza una copia del topolino (o minnie&co o il giornalino di barbie)

… compravi Cioè e andavi orgogliosamente in giro con tutte le cianfrusaglie che vi erano allegate
… hai visto Titanic almeno tre volte, di cui due al cinema e di fila
… usavi gli orecchini stick di gomma
ci si chiamava ancora a casa per mettersi d’accordo per le uscite
… mangiavi la girella per merenda
… hai rivisto mille volte la sirenetta, la bella e la bestia e aladdin
… giocavi coi lego e crystal ball!
… ti stai ancora chiedendo come facesse puffetta a soddisfare le voglie di tutti i puffi!
… non ti perdevi la solita replica natalizia di ‘mamma ho perso l’aereo’
… hai ancora la tua collezione di schede telefoniche

Lo scopo di questo testo é quello di rendere giustizia a una generazione, quella di noi nati negli anni ‘80 (anno più,anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 50 anni. Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna, non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum per l’aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di Italia ‘90, con la mascotte Ciao.Per non aver vissuto direttamente il ‘68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.Babbo Natale non sempre ci portava ciò che chiedevamo, però ci sentivamo dire, e lo sentiamo ancora, che abbiamo avuto tutto,nonostante quelli che sono venuti dopo di noi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice.Siamo l’ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo mangia frutta,a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca le abbiamo avute dopo i 10 anni.
Andavamo a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati.

 Abbiamo cantato con Cristina D’Avena e imparato la mitologia greca con Pollon.  

pollon

Noi che…

Dedicato a chi c’era…

Noi che…
ci divertivamo anche
facendo ‘Strega comanda colore’ e ‘il lupo mangiafrutta’ 
Noi che…
facevamo ‘Palla Avvelenata’.

Noi che…
giocavamo regolarmente a ‘Ruba Bandiera’ (detto anche ‘bandierina’).

Noi che…
non ci facevamo mai mancare ’dire fare baciare lettera testamento’.
Noi che…
i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva.

Noi che…
quando giocavamo col Lego facevamo anche castelli alti 6 piani che nn si smontavano mai.
Noi che…
chi andava in bici senza mani era il più figo.

 
Noi che…
anche quelli che impennavano però non se la tiravano poco.
 Noi che…
suonavamo al campanello per chiedere se c’era l’amico in casa.
Noi che…
facevamo a gara a chi masticava più big babol contemporaneamente. 
Noi che…
avevamo adottato gatti e cani randagi (nei casi peggiori bruchi!)che non ci hanno mai attaccato nessuna malattia mortale, anche se dopo averli accarezzati ci mettevamo le dita in bocca.
Noi che…
i termometri li rompevamo, e le palline di mercurio giravano per tutta casa.
 Noi che…
dopo la prima partita c’era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella. 

Noi che…
giocavamo a ‘Indovina Chi?’ anche se conoscevi tutti i personaggi a memoria.  

 
Noi che…
sul pullman della gita giocavamo a ‘nomi cose e città’ (e la città con la D era sempre Domodossola).
Noi che…
con 100 lire ti prendevi una cicca con 500 un pacchetto di figurine dei calciatori.


Noi che…
le cassette della Disney le abbiamo viste così tante volte che ora a distanza di anni sappiamo ancora cosa cantavano Robin Hood e Little John. 
Noi che…
in TV guardavamo solo i cartoni animati (e abbiamo avuto la fortuna di vedere la prima serie dei power rangers..l’unica seria!!)

 
Noi che…
avevamo i cartoni animati belli!!! ma davvero!! quelli di adesso sono così tristi..(come i bambini che hanno solo quelli da guardare, purtroppo..)
Noi che…
litigavamo su chi fosse più forte tra le tartarughe ninja.

Noi che…
cercavamo di far sorridere i sofficini ma si rompevano sempre in 2.  

Noi che…
non avevamo il cellulare per andare a parlare in privato.
Noi che…
i messaggini li scrivevamo su dei pezzetti di carta da passare al compagno a nostro rischio e pericolo. 

Noi che…
si andava in cabina alla fine della scuola per prendere le schede finite. 
Noi che…
c’era la macchina fotografica usa e getta e facevi fino a 20 foto!!!
Noi che…
non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della Coca Cola o della Bauli con l’albero decorato annesso.
Noi che…
le palline di natale erano di vetro e si rompevano.

Noi che…
se guardavamo tutto il film fino alle 20:30 eravamo andati a dormire tardissimo!!
 
Noi che…
guardavamo film dell’orrore anche se si aveva paura (la maggior parte di noi si ricorda IT, trasmesso su canale5..tutti l’hanno guardato nascosti da qualche parte!!)
Noi che…
giocavamo a calcio durante l’intervallo con..qualsiasi cosa! 
Noi che…
suonavamo ai campanelli e poi scappavamo.

Noi che…
nelle foto delle gite facevamo le corna ed eravamo sempre sorridenti.
Noi che…
il bagno si poteva fare solo dopo 2 ore che avevi finito di mangiare. 
Noi che…
a scuola andavamo con cartelle da 2 quintali e senza rotelle.
Noi che…
quando a scuola c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa in tuta e con le scarpette nello zaino.

Noi che…
se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore.
Noi che…
le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google. 
Noi che…
internet non esisteva.
 
Noi che…
la merenda a scuola te la portavi da casa. 
Noi che…
si poteva star fuori in bici il pomeriggio.
Noi che…
se andavi in strada non era così pericoloso.

 
Noi che…
però sapevamo che erano le 4 perché stava per iniziare BIM BUM BAM o Solletico su raiuno
Noi che…
il primo novembre era ‘Tutti i Santi’, mica Halloween.

sigla SOLLETICO

5 comments 2 Marzo,2008

Sicilia bedda..

6 comments 26 Febbraio,2008

Non un passo indietro,ma tutti un passo avanti

Dal sito http://www.unaltrastoria.net

di Rita Borsellino

La Sicilia vive un momento davvero particolare, unico direi. Un momento in cui ci sono tutti i presupposti per creare una nuova maggioranza di governo che partendo dal centrosinistra possa coinvolgere tutte quelle singole persone e quei segmenti della società che vogliono impegnarsi per un cambiamento reale, fondato su un trinomio chiaro: legalità, sviluppo, sostenibilità. Ovvero su un’unità di progetto che dia risposte ai bisogni e ai sogni dei siciliani.

Sono convinta che oggi molto più che due anni fa questa unità sia realizzabile. E che rispetto ad essa si misuri la credibilità di ognuno.

Vedete, in tanti negli ultimi giorni mi hanno chiesto: “Lei farà un passo indietro per la Finocchiaro?”. Ho risposto: “Qui si tratta di fare tutti un passo avanti”. E badate, il mio non è un gioco di parole. Perché in Sicilia, ha ragione Anna Finocchiaro, “è tutto più difficile” e chi come me in questi anni si è misurato con le forti contraddizioni che l’isola esprime, lo sa bene. Perché qui a non vedere sbocchi sono tanto gli operai che gli industriali. E accanto agli operai edili di Palma di Montechiaro e dintorni che ancora emigrano in Germania e nel Nord Europa per poter lavorare, ci sono, ad esempio, i produttori vitivinicoli che prendono le vie del Mediterraneo e trasferiscono la produzione in Tunisia per evitarsi problemi burocratici e di commercializzazione. Perché ancora oggi e nonostante la pioggia di milioni di euro arrivati dall’Europa, la Sicilia piattaforma logistica del commercio e delle culture del Mediterraneo rimane solo un miraggio e l’isola è la regione di potenzialità inespresse, precariato, lavoro nero. La stessa dove abitano le famiglie più povere d’Italia. In una parola, rimane periferia, vittima del sicilianismo della classe politica che ha governato in questi anni e che ha svenduto tutto: dalle bellezze naturali e artistiche alla salute dei siciliani in cambio di mega inceneritori che insieme ai rifiuti bruceranno anche l’ennesima occasione di sviluppo e di ricchezza per i suoi abitanti, quella che dai rifiuti potrebbe arrivare.

In questi ultimi due anni mi sono impegnata per ridare alla politica la dignità che i cittadini chiedono a gran voce. E quando dico che c’è bisogno di un comune passo avanti, mi riferisco a questo: bisogna anteporre il bene collettivo alle ragioni personali o di partito e mettere le proprie qualità a disposizione di un progetto vero di cambiamento. Per questo ho detto no ad una poltrona sicura fuori dalla Sicilia come sostituzione al percorso intrapreso. Per questo e per il futuro della mia terra ho detto no anche alla proposta di Fausto Bertinotti di essere il numero due della Sinistra Arcobaleno. Per questo ho chiesto l’unità della coalizione. Anche quando di unità non parlava nessuno. Per questo e perché credo che il momento che viviamo sia unico, ho anteposto l’unità a qualsiasi altra cosa. Oggi, la società siciliana ha compiuto una saldatura tra i percorsi che molti di noi da anni mettiamo in campo a partire dalle stragi e gli omicidi di Paolo e Giovanni e, ancora prima, con la voglia di uomini come di Pio La Torre e Pier Santi Mattarella di affermare una politica nuova, e le spinte per un’economia libera. Oggi, nel nome di una cultura antimafiosa e di un’economia nuova si incontrano generazioni diverse ed è possibile realizzare un percorso vero di cambiamento.

Sul progetto per la Sicilia ci confronteremo in questi giorni sapendo bene che il cambiamento passa oltre che dalle scelte programmatiche, dalle identità, dalla credibilità di chi lo porta avanti e dai metodi.

In questi anni con il progetto Un’altra storia abbiamo provato e, in parte, ci siamo anche riusciti, a dar voce alla società e alle istanze che arrivavano dal basso: per una sanità più efficiente, per una società del merito, per una politica di servizio, per una partecipazione democratica alle scelte della politica, per il rispetto delle differenze e per la multiculturalità.

L’unità di progetto che mi auguro riusciremo a realizzare dovrà avere lo sguardo lungo e le orecchie grandi. Sguardo lungo per progettare il futuro insieme ai cittadini e alle categorie produttive e sociali, orecchie grandi per sapere ascoltare e trasformare in progetto le domande che arrivano dalla società. Lo dico anch’io: questa volta si può fare. E lo si può non nonostante ma grazie alle diverse identità che compongono il centrosinistra e che interpretano istanze diverse e lo stesso bisogno della politica: tornare ad essere specchio della realtà, servizio ed elaborazione per il bene comune.

 

1 comment 26 Febbraio,2008

Cuffaro SI E’ DIMESSO!!!!!!!!

2008-01-26 09:18

Cuffaro: in aula alle 12 all’Assemblea regionale siciliana
Per comunicazioni urgenti

(ANSA) - PALERMO, 26 GEN - Il Governatore della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, ha comunicato ieri sera che interverra’ oggi alle 12 all’Assemblea regionale. La notizia e’ stata data ai parlamentari siciliani dallo stesso Micciche’ durante la seduta che si stava svolgendo per l’esame della Finanziaria.Cuffaro ha annunciato comunicazioni urgenti. Intanto per stamani e’ prevista a Palermo una manifestazione per chiedere le dimissioni del Governatore

2008-01-26 13:35

Governatore Cuffaro si e’ dimesso

Presidente Sicilia lascia dopo polemiche legate a condanna

 (ANSA) - PALERMO, 26 GEN - Il Governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, ha annunciato in aula le sue dimissioni ‘irrevocabili’. Le dimissioni giungono dopo le polemiche legate alla condanna a 5 anni di carcere per favoreggiamento semplice, inflittagli il 18 gennaio dal tribunale di Palermo. ‘Preferisco la via dell’umilta’,ha detto, precisando ‘ho vissuto anni di intensa sofferenza’.La legge sull’elezione diretta del Governatore prevede lo scioglimento dell’Assemblea e nuove elezioni.

E adesso festeggiamo noi!

Sicilia, Cuffaro lascia: “Mi dimetto”

Il governatore: «Scelgo la strada
dell’umiltà, decisione irrevocabile».
Il fratello polemico: «Finalmente
possiamo fare festa con i cannoli»

PALERMO
Il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, ha presentato questa mattina all’Ars le sue dimissioni irrevocabili dalla carica. «Sarebbe risultato insopportabile alla mia coscienza - ha detto il governatore - l’idea di poter costituire con la scelta di rimanere in carica un fattore di divisione e contrapposizione sociale».

Il governatore, poco prima di entrare in aula, aveva resistito al pressing della Cdl che aveva tentato di convincerlo a restare alla guida della Regione. «C’è una verità giudiziale e una verità sostanziale - ha sostenuto Cuffaro - e io rispetterò la prima, ma mi batterò per l’affermazione della verità sostanziale a difesa della mia vita pubblica e privata».

La conferma delle dimissioni era arrivata già dal fratello Silvio, che aveva accompagnato Salvatore all’Assemblea regionale siciliana. «Si dimetterà. - aveva affermato Silvio Cuffaro -. Non poteva fare altrimenti, questo accanimento giudiziario ma anche politico non poteva andare avanti». «Lo accoglieremo in famiglia per dargli la serenità che merita - aveva aggiunto Sil fratello- . Ora sì che vale la pena di fare festa con i cannoli».

La stampa.it

3 comments 26 Gennaio,2008

Cuffaro dimettiti!

Salvatore Cuffaro, presidente della Regione Sicilia è stato ritenuto colpevole dei reati di favoreggiamento semplice e rivelazione di segreti d’ufficio unificati per continuazione. Cuffaro è stato condannato a 5 anni nel processo per le ‘talpe’ alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. La terza sezione penale del Tribunale, presieduta da Vittorio Alcamo, ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia. A Cuffaro è stata applicata anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. I pm avevano chiesto la pena di 8 anni.
Nel processo per le ‘talpe’ alla Direzione distrettuale antimafia, il presidente della Regione era imputato di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto. Cuffaro, contrariamente a quanto egli stesso aveva annunciato, ha assistito alla lettura della sentenza nell’aula bunker di Pagliarelli. “Sono confortato, non sono colluso con la mafia”, queste le prime parole dell’esponente dell’Udc
Condanne anche per tutti gli altri imputati.  Cuffaro ha dichiarato: «Mi sento un po’ più confortato perché sapevo di non essere colluso con la mafia e di non aver mai fatto niente per favorire la mafia. […] Ricorreremo in appello per trovare anche le ragioni per cui anche questi residui capi d’accusa che sono rimasti possano essere spiegati alla corte d’appello che ci giudicherà» […].Cuffaro ha detto che, come già annunciato, non si dimetterà.

Non si dimetterà. Assurdo! E certo ! L’ ”irrisoria” condanna per FAVOREGGIAMENTO SEMPLICE…
5 ANNI DI RECLUSIONE E L’INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI non è una cosa grave! Ha rubato la mela al mercato…e anche se fosse? Fuori i rappresentanti sporchi dei cittadini!

Che schifo essere rappresentati da gente così che  ”ama la Sicilia”…E poi ovvio che i siciliani all’estero e anche in Italia vengono bollati come mafiosi! Image

E c’è chi lo ha votato DUE VOLTE,ben sapendo che era in corso il processo. E c’è chi ha organizzato gruppi di preghiera …ma per cosa ?Per scagionarlo? Assurdo…

 I siciliani si vergognano di questo fatto gravissimo …forse ..perchè da certe interviste non sembrava,certi intervistati esprimevano la loro solidarietà al povero Totò. Ha solo favorito privati e rivelato informazioni d’ufficio riservate.
Certo, non sapeva che l’interlocutore era mafioso. Bella barzelletta!

Vabbè…capito come andrà a finire…passeranno anni prima che la sentenza diventi definitiva (sempre se sarà condannato..) e intanto avrà continuato a fare i porci comodi seduto su quella poltrona.  D’altronde in Italia è così che va, anche a livello nazionale.

Curriculum di Cuffaro (aggiornato)

IL PRESIDENTE  Salvatore Cuffaro è nato a Raffadali (Ag) il 21 febbraio 1958. E’sposato e padre di due figli. Alle medie e alle superiori si è formatopresso i Salesiani del Collegio “Don Bosco” di Palermo. E’ laureato inMedicina e Chirurgia e specializzato in Radiologia. Ha fatto parte delConsiglio della Facoltà di Medicina e del Consiglio di Amministrazionedell’Università di Palermo. Figura tra i soci fondatori del CentroSiciliano Sturzo. E’ stato delegato regionale del Movimento Giovaniledella Democrazia Cristiana e dirigente organizzativo della DC siciliana.Ha fatto parte del consiglio comunale di Raffadali e successivamente diquello di Palermo. Nella XI legislatura è stato eletto nelle liste delCDU, nel collegio palermitano, come deputato all’Assemblea RegionaleSiciliana presso la quale ha svolto, tra l’altro l’incarico di vicePresidente della Commissione Regionale Antimafia. E’ stato rielettonella XII legislatura, sempre nel collegio di Palermo, nel corso dellaquale ha rivestito la carica di Assessore Regionale per l’Agricoltura ele Foreste. Già presidente della Regione Siciliana nella XIIIlegislatura (2001-2006), è stato rieletto Presidente della Regione nellaXIV legislatura, a seguito delle consultazioni elettorali del 28 maggio2006.

IL 18 GENNAIO 2008 E’ STATO CONDANNATO A 5 ANNI DI RECLUSIONE PER FAVOREGGIAMENTO CON INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI E NON SI E’ DIMESSO.

7 comments 20 Gennaio,2008

Termini ricercati nei motori di ricerca…

Guardando i termini ricercati nei motori di ricerca per arrivare a questo blog a volte rimango un po’ preoccupata…C’è chi digita:

 come suicidarsi in modo indolore

sparire e suicidarsi

metodi di suicidio indolore

voglio farla finita

voglio vivere ma non ci riesco

suicidarsi senza soffrire

il cianuro è ok per farla finita?

e tante altre frasi del genere….

Avevo scritto dei post sul tema del suicidio adolescenziale e mi chiedevo il perchè del suicidio,ma di certo non davo consigli su come farla finita.Se si arriva a cercare consigli su internet per come suicidarsi…la situazione è davvero tragica!Nessuno che abbia digitato ”qualcuno mi aiuti a vivere e a non farla finita..”

9 comments 9 Gennaio,2008

Moratoria universale contro l’aborto

Mi limito a postare questo editoriale di Giuliano Ferrara che in questi ultimi giorni ha riacceso il dibattito sul tema dell’aborto e una sperata revisione della legge 194(per alcuni).Ognuno poi  faccia le proprie riflessioni.

 ”C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti .

Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.
Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio. La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri. Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.”

1 comment 5 Gennaio,2008

Un altro morto per la democrazia

Benazir Bhutto

Al Qaeda torna a colpire. E lo fa in Pakistan, uccidendo uno dei simboli di questo paese. E’ morta, infatti, Benazir Bhutto, l’ex premier locale, che con il suo lavoro politico aveva dato speranza di un ritorno della democrazia in un paese martoriato dagli scontri. Un kamikaze si è introdotto in un comizio che l’ex leader stava tenendo, ferendo e uccidendo molte persone. Tra cui proprio Benazir Bhutto.

Il mondo intero è sconvolto da questa morte.Ora il processo di democrazia in Pakistan diventerà molto difficile.

Purtroppo le persone perbene sono scomode.

C’è chi lotta per la democrazia e chi invece ne ha paura…

Non possiamo che unirci al dolore del popolo pakistano e sperare che tutto si risolva per il meglio.

Add comment 28 Dicembre,2007

Il libro mastro del pizzo di Lo Piccolo su Repubblica

 Il Bingo
Nei pizzini ci sono le istruzioni dirette agli uomini d’onore per l’apertura di alcune sale Bingo in Piemonte e nel Nord Italia con capitali della mafia
La cocaina
I Lo Piccolo erano in affari con le cosche della ‘ndrangheta calabrese per lo smercio di grosse partite di cocaina in Sicilia
I clandestini
Nei conti dei Lo Piccolo una voce rilevante è costituita dal pizzo pagato dai «clandestini»: si tratta, con ogni probabilità, di somme versate dal giro dell’immigrazione irregolare
Gli appalti
I boss imponevano una tangente alle ditte vincitrici di appalti pubblici: nel mirino c’erano lavori in autostrade, ospedali, reti fognarie, per la metropolitana di Palermo e l’aeroporto di Punta Raisi
Le scommesse
Al centro degli interessi economici dei Lo Piccolo c’era anche una rete di scommesse clandestine sul calcio e sui numeri del lotto
Il pizzo
Nelle tasche dei boss Lo Piccolo entravano mensilmente centinaia di migliaia di euro derivanti dal pizzo: dal parrucchiere di borgata al grande imprenditore
I grandi affari
I Lo Piccolo tenevano d’occhio i grandi movimenti di capitali a Palermo: l’apertura di ipermercati e centri commerciali, le sorgenti di acqua minerale nella provincia, il giro d’affari della Palermo Calcio
I “salari” degli uomini d’onore
Nelle carte dei boss Lo Piccolo c’è una dettagliata contabilità che riguarda le spettanze mensili degli affiliati alle dipendenze dei Lo Piccolo
I servizi segreti
Nella corrispondenza tra i boss sono indicati i nomi di alcuni esponenti dei servizi segreti in trattativa con uomini d’onore per convincerli alla collaborazione, e nomi di rappresentanti della criminalità organizzata che in realtà sarebbero membri o informatori dei servizi segreti .

 
 Ieri Repubblica Palermo ha pubblicato a sorpresa il contenuto dei pizzini e del libro mastro del pizzo del boss Salvatore Lo Piccolo. Tra gli esercizi elencati ci sarebbero i negozi Giglio, Bagagli, il bar Alba, l’Antico chiosco, Renato Bar e Caflish a Mondello, i negozi di Sferracavallo ma anche impianti sportivi, il circolo del tennis Country club, centri congressi, discoteche come lo Scalea club eccetera. Stupore per la presenza del Palermo, forse per lo stadio, e dei dirigenti Foschi e Sagramola. La squadra ha già divulgato una smentita ufficiale.Alla pubblicazione è seguito un vertice in procura e una perquisizione nella sede del giornale e nella casa dei giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti che il comitato di redazione ha chiamato «attacco alla libertà di stampa» ricevendo alcune attestazioni di solidarietà.

Tutti i nomi dei commercianti estorti

Tariffe, scadenze ed eventuali aumenti nel bilancio di Lo Piccolo

“È poco”, “Si può”: così il boss suggeriva di ritoccare le cifre versate
Il criterio di suddivisione ricalca la geografia delle famiglie di Cosa nostra
Dal memorandum risulta che il padrino curava direttamente alcuni negozi
Ecco di seguito tutti i nomi dei commercianti e imprenditori citati negli appunti del boss Salvatore Lo Piccolo. Per ciascuno, oltre alla cifra e alla cadenza dei versamenti, il padrino aggiungeva degli appunti. Si tratta di indicazioni, errori compresi, sulla riscossione avvenuta o anche di punti interrogativi che testimoniano la necessità del boss di ottenere ragguagli dai suoi picciotti sull´entità del pizzo. In qualche caso, in vista probabilmente di una riunione plenaria con i suoi esattori, Lo Piccolo aveva anche appuntato domande da porre circa la proprietà effettiva delle attività commerciali. In qualche passaggio, riportato in corsivo, le notazione dello stesso boss per una più immediata leggibilità dei propri appunti. Nella contabilità relativa a Mondello sono anche indicate le date in cui sono state riscosse le tangenti. Alcuni appunti sono pro memoria consegnati al capomafia dai suoi gregari. La voce “altri” è un elenco di attività gestite direttamente da uno degli emissari e non suddiviso secondo criteri rigidamente geografici.

Cardillo
Bar Gar. (2.000 + 2.000) “È a posto”; Villa Ottaviano (2.000 + 2.000) “È a posto”; Villa Decord. (2.000 + 2.000) “Perciò 2.500 e 2.500″; Villa Bosco G. (2.500 + 2500) “È a posto”; Taormina carni (1.000) “È a posto, però gli si deve portare 2.500 + 2500, parla con Chiu chiu”; Rice Mangime (1.000 + 1.000) “No. Ma chi è questo? Dove si trova?”; Pizzeria Cambus. (500 + 500) “No”; Ceramiche De Simone (1500 + 1500) “Sì”; Mobilificio (500 + 500) “No. Ma di chi è questo mobilificio?”
Tommaso Natale
Sanitaria (1.000 + 1.000) “No”; Conigliaro carne “Ci penso io”; Gigliardo Aurelio “È a posto”; Ferramenta Riccobono (1.000 + 1.200) “No”; Adile mobili “Ci sto pensando io”; Taormina materiale (1.500 + 1.500) “Sì”; Claudino Sabia (1.500 + 1.500) “Sì, però parlane col Presidente”; Sanitaria Tuzzolino (1.000 + 1.000) “No”; Ferramenta e colori (500 + 500) “No”; Ristorante Lo Scrigno (1000 + 1000) “Dov´è? Chi è?”; Villa Montalbano (1.000 + 1.000) “Dov´è? Chi è?”; Supermercato Mad (1.500 + 1.500) “Sì”; Giove Sasso (250 + 250) “No”; Polleria Bonura (750 + 750) “No”
Sferracavallo
Corte dei Normanni “È già a posto. NB. Dove metto a posto significa che già fanno il loro dovere. Dove metto no, non ci si deve andare e dove metto sì ci si deve andare”; Bar del Golfo (1.500 + 1.500) “Sì” (2.500 + 2.500) “Lo può”; Delfino (6.000) “A posto”; Profeta (1.000 + 1.000) “Sì. Tentarci è giusto. 2.000 + 2.000 si può”; Brigantino (1.000 + 1.000) “A Posto”; Zu Andrea (1.500 + 1.500) “No”; Randazzo (1500 + 1500) “Ma sono i rizzari?”; Grottino (1.000 + 1.000) “Che svolge?”;